Ci sono voluti tre anni. Se vogliamo, un tempo breve nell’arco di una vita, ma lunghissimo e denso, per la quantità enorme di emozioni, tensioni, arrabbiature, disillusioni e prese di coscienza in essi compresi e… compressi.
Ci sono voluti tre anni, da quando al termine del campionato di B 2022/2023 il Benevento è retrocesso – da ultimo in classifica – in serie C. Una retrocessione, la seconda consecutiva dopo quella (ancora incredibile nelle sue dinamiche) dalla A, che aveva spazzato d’un colpo tutti i sogni, le gioie e i quasi ottant’anni di rincorsa a quella categoria che era stato il sogno d’intere generazioni di tifosi giallorossi.
Quella doppia retrocessione aveva lasciato scorie pesanti, creando ahimè una vistosa frattura tra ambiente e squadra. E una crescente sfiducia – se non diffidenza -, amplificata poi dalle sconfitte subite negli ultimi due playoff ai quali il Benevento, nonostante le oggettive difficoltà, aveva partecipato.
Ma il presidente Oreste Vigorito aveva fatto una promessa: “In tre anni vogliamo tornare in B, almeno in B…” come più volte ribadito nei suoi interventi televisivi o a mezzo stampa. Non una banale promessa, ma una dichiarazione d’intenti, come sempre nel suo stile, suffragata dalle azioni della sua società.
C’è voluto tanto lavoro, pazienza, e ci sono voluti due anni e mezzo per rifondare la squadra e liberarsi di certe zavorre (economiche e tecniche) che appesantivano la rosa dei giallorossi. Un’eredità scomoda figlia di una precedente ed evidentemente fallimentare (sul piano dei risultati) gestione tecnica quantomeno incomprensibile…
Si è ripartito dai giovani del vivaio e da qualche ragazzo di buona prospettiva reperito sul calciomercato: il lavoro di Marcello Carli è stato difficile ma minuzioso, improntato però alla costruzione di risultati sul medio periodo. C’era bisogno di tempo, ma la piazza scalpitava, chiedeva e forse pretendeva risultati, vittorie. In un mix di frustrazione e timore di non potercela più fare, ecco. Quel doppio schiaffo in volto (le due retrocessioni consecutive), che aveva frantumato ogni minima aspirazione della tifoseria, era diventata una spina conficcata nel fianco di chi operava. E, inevitabilmente, ha creato tanto dissapore e qualche incomprensione di troppo.
La scorsa estate, poi, finalmente s’è resettato completamente, o quasi: una rosa profondamente rinnovata, il rilancio di una legittima ambizione di promozione, in un girone che è da sempre in assoluto il più difficile della C. Sulla carta a contendersi il salto di categoria Catania, Salernitana, Cosenza, Benevento, Casertana, senza contare le consuete outsider ad ambire alla promozione diretta. Un girone infernale, altro che terza serie! Vincerlo era ed è stato come conquistare uno scudetto. C’è voluta forza, organizzazione tattica, qualità complessiva, nervi saldissimi ma anche un necessario pizzico di fortuna. Questo ci voleva (!) e questo è bastato (eufemismo)!
Squadra costruita e affidata in partenza a Gaetano Auteri che, è evidente, forse non ha saputo gestire il gruppo, composto da ragazzini alle prime armi e calciatori già affermati. Ma questo Benevento, come scritto più volte, per valori tecnici era ed è tra le prime due/tre di tutta la serie C. Cambio in panchina, forse tardivo, e… il resto è storia recente.
Antonio Floro Flores è stato un ottimo mental coach: ha saputo ricostruire la “fiducia in se stessi” di qualche atleta. Ha saputo ricaricare e motivare il gruppo, cementando esperienza e voglia di vincere. H aggiunto quel pizzico di sana follia calcistica che pure serve anche in una squadra già così forte. E la promessa anche stavolta è stata mantenuta: B si voleva e la B è arrivata! Meritata, pienamente, contro tutto e contro tutti.
La B è di nuovo tornata all’ombra dell’Arco di Traiano. Io sono sicuro che, stavolta, verrà custodita e preservata a lungo. Bravissimi tutti e un ringraziamento, scontato ma necessario, va fatto al Presidente, Avv. Oreste Vigorito (quinta promozione in 20 anni di presidenza) e al suo entourage. Poi allo staff tecnico, agli “immortali” (Melara, De Falco e Padella) che hanno affiancato silenziosamente la squadra, a tutti i componenti della rosa, anche a chi non ha potuto dare appieno il proprio contributo per infortuni o altre vicissitudini. L’emblema della vittoria resterà a mio avviso il bravissimo Antonio Prisco: un predestinato, uno di quei calciatori che, vederlo in campo, vale sempre il prezzo del biglietto e che, io lo spero, possa con il Benevento raggiungere ancora vette più elevate della sua carriera.
A tutti: GRAZIE!

7 Aprile 2026 di Marcello Mulè
