
Andrea Bardi
di Andrea Bardi
Per il titolo di questo mio editoriale ho preso in prestito una famosa commedia dell’artista napoletano Vincenzo Salemme, il quale vorrà scusarmi per l’indebita…appropriazione.
Ma il titolo mi sembra calzante. Altro modo migliore non riesco a trovare per esprimere le emozioni di una giornata indimenticabile. E per descriverla – almeno ci provo – non posso non partire dalla maestosa coreografia della Curva Sud, apice scenografico di un’intera giornata sospesa tra realtà e mito.
Un’opera corale, pensata e costruita nel tempo.
All’ingresso dei “nuovi immortali” sul terreno di gioco, la curva s’è trasformata in un mosaico vivente, vibrante, da togliere il respiro a chi, come me, era lì presente. Un telo gigantesco, dispiegandosi, ha restituito l’immagine che più di tutte racconta, senza bisogno di tante parole, la storia e l’anima di un popolo: lo Stregone.
Non soltanto una figura scenograficamente imponente, ma simbolo compiuto di un’identità. Non una semplice icona sportiva, ma un emblema stratificato, capace di raccogliere in sé secoli di storia, suggestioni popolari e un profondo senso di appartenenza.
Il suo volto, severo e vigile, non incute timore, ma rispetto. E’ lo sguardo del custode di una terra e di una memoria di un popolo. In lui si riconosce una comunità intera, con le sue radici, le sue lotte, la sua fierezza mai piegata. E’ il passato che non si dissolve, ma che si trasforma in presenza viva.
Nella coreografia della Curva Sud, lo Stregone si erge come una figura quasi sacrale, circondato da colori che ne amplificano la forza evocativa. Ma al di là dello spettacolo, è nel sentimento collettivo che trova la sua vera dimora: nei cori, negli sguardi, nei gesti spontanei di chi, in quel simbolo, vede riflessa la propria storia.
Non una semplice coreografia quindi, ma un atto d’amore collettivo, grandioso e indimenticabile.
E su tutto s’ è levata la voce narrante; un filo invisibile capace di unire immagini, volti ed emozioni.
Una voce che non è parsa appartenere ad un singolo uomo: era la voce stessa della città, profonda e avvolgente, carica di memoria e passione.
Una voce grave ed imponente, con timbro caldo, solenne, celebrativo. Una voce che già viveva nei cori della curva, nei racconti degli anziani, negli occhi lucidi di chi aveva atteso quel momento; la voce di una terra che si racconta, si riconosce nei propri simboli e li consegna al futuro. Una voce che non svanirà con la fine della festa, ma resterà, sedimentata nelle pietre, nelle strade, nei cuori di chi c’era.
Era questo, forse, il vero messaggio della Curva Sud. Ed è lì, in quella Curva Sud, pulsante e compatta, che si è condensato tutto: la passione, la storia, l’orgoglio sannita. E’ lì dove ha avuto inizio la festa.
La festa.
Nella luce dorata di un pomeriggio che pareva uscito da un affresco, la città si è offerta allo sguardo come una regina in abito di gala.
Strade, balconi, finestre, sono tutti un tripudio di vessilli giallorossi. Ovunque, dai rioni più popolari fino ai quartieri alti della città, i festoni e le bandiere tesi tra i palazzi sussurrano storie di appartenenza e speranza.
Al centro di questo scenario ha preso vita e forma la festa della promozione. Un evento tanto atteso quanto accuratamente preparato, destinato a consacrare non soltanto un traguardo sportivo, ma un’identità collettiva.
Un pullman scoperto, con a bordo tutti i protagonisti della promozione, ha attraversato l’intera città per suggellare il legame profondo tra la squadra e la gente, quasi a voler tessere un filo simbolico che unisse ogni quartiere, ogni strada, ogni volto. Tra due ali di folla in delirio.
Una gloria condivisa. Una festa partecipata da migliaia e migliaia di persone, a dispetto di qualcuno che, sotto sotto, se ne augurava l’insuccesso, probabilmente per dar linfa (e fiato), poi, alle proprie frustrazioni.
Ma ciò che ha davvero dominato la scena è stato un sentimento palpabile (e diffuso): l’orgoglio sannita.
Non un sentimento effimero, legato soltanto all’ebbrezza della vittoria, ma una forza antica, quasi ancestrale, che affonda le proprie radici nella storia stessa di questa terra fiera ed indomita.
Quell’orgoglio sannita messo in risalto dalla coreografia della Curva Sud.
Quell’orgoglio sannita che si è riflesso negli occhi dei cittadini, negli abbracci e nelle strette di mano vigorose, negli applausi spontanei che esplodevano come fuochi d’artificio emotivi. Non è stata soltanto una semplice festa: è stata una dichiarazione solenne di una città che s’è voluta proclamare protagonista della propria storia.
Non una semplice celebrazione sportiva, ma qualcosa di più profondo, di più radicato: l’appartenenza viscerale di un popolo orgoglioso alla propria terra. Non soltanto la celebrazione di una squadra che ha conquistato la promozione dominando un campionato, ma di un’intera comunità che si riconosce in un simbolo condiviso. Ogni bandiera agitata non è mero ornamento, ma dichiarazione identitaria; ogni coro non è semplice esultanza, ma eco di una memoria collettiva fatta di sacrifici, attese e resilienza. I rioni attraversati non sono soltanto luoghi geografici, ma capitoli viventi di una stessa storia. Le pietre dei vicoli, i balconi addobbati, le strade gremite: tutto è sembrato partecipare ad un rito antico e solenne, in cui passato e presente si sono fusi in un unico, potente sentimento di appartenenza.
E così, mentre il pullman proseguiva il suo lento incedere tra le ali di folla, ciò che si è inteso celebrare non è stato soltanto un traguardo sportivo, ma l’orgoglio irriducibile di una terra che, attraverso i suoi figli, ritrovava voce, dignità e splendore. Una festa, sì — ma soprattutto una dichiarazione d’amore collettiva, vibrante e indimenticabile.
E poi c’erano loro, i bambini. Tanti, festanti, con gli occhi spalancati davanti a uno spettacolo che, per molti di essi, aveva il sapore irripetibile ed indimenticabile della prima volta. Stretti tra le mani dei genitori o issati sulle loro spalle, osservavano il passaggio del pullman come si contempla un prodigio, con quella meraviglia tipica e pura dell’infanzia.
Per loro, la promozione in serie B non è stata soltanto un risultato sportivo, ma un racconto che prendeva vita, un’emozione che si imprimeva nella loro memoria con la forza delle cose destinate a durare. I cori imparati ed intonati quasi per gioco, le bandiere sventolate con sincero entusiasmo, le magliette giallorosse indossate con orgoglio: tutto ha contribuito a costruire, in loro, un primo, indelebile senso di appartenenza. Forse non saranno neanche “costretti”, in futuro, a dover tifare per altre squadre, ma vedranno e vivranno soltanto le emozioni del tifo giallorosso. In loro s’intravedono le voci del domani. Hanno avuto, indubbiamente, una fortuna grandissima a vivere una tale emozione alla loro tenera età.
E’ stato bello vedere tanti bambini che, con una tipica spontaneità che non conosce formalità, chiedevano un selfie al presidente Oreste Vigorito; e lui che, con pazienza e calore, si fermava, si abbassava alla loro altezza ed accoglieva con piacere ogni loro richiesta.
I selfie, che sono semplici gesti del nostro tempo, in questi casi si trasformano in piccoli riti di consacrazione emotiva. Per quei bambini, ogni scatto è stato molto più di un ricordo digitale: si è trasformato in una testimonianza viva, in un frammento di felicità condivisa destinato a rimanere. In quei volti affiancati, quello esperto e soddisfatto del presidente e quello entusiasta dei bambini, si sono incontrati presente e futuro, esperienza e sogno.
Alla fine, quando gli entusiasmi hanno iniziato a stemperarsi e la città ha ripreso lentamente il suo respiro ordinario, è restata nell’aria la sensazione che la festa si sia trasformata in memoria condivisa.
Nello sguardo di chi c’era, soprattutto nei più giovani, è rimasto qualcosa di nuovo: non soltanto il ricordo di una promozione, ma la scoperta di un’appartenenza, l’idea che una squadra possa essere molto più di una squadra, che una città possa riconoscersi in un simbolo, e che quel simbolo possa diventare linguaggio, identità, destino condiviso.
Lo Stregone, la Curva Sud, il pullman tra i rioni, la voce narrante che tutto ha attraversato: tutto si ricomponeva in un’unica immagine, destinata a non svanire. Non come cronaca, ma come racconto fondativo.
Perché certe giornate non finiscono davvero. Si depositano. E restano, a lungo, a ricordare a una città intera chi è stata, chi è, e chi, con orgoglio, continuerà ad essere.
Perché in fondo, più di ogni coro, più di ogni applauso, è proprio quella voce collettiva ed eterna a custodire il significato più profondo di quel giorno: l’orgoglio di appartenere, e la volontà di non dimenticare mai.

27 Aprile 2026 di Andrea Bardi
